NEWS DALL'ALTO DELLA RUPE TARPEA

Chiedo scusa da subito a chi si offenderà per questo post: sono molto cambiata dentro, ho perso tanto ultimamente, anche quell'unico filtro che mi permetteva di trattenermi nell'esprimermi liberamente in ogni circostanza (attenzione a questa parola: CIRCO e STANZA, capirete più avanti).
Si cambia dentro ma anche fuori, questo se si è vivi, vorrei però spiegarne i motivi, a modo mio in questo mio vecchio blog.
Il mio templare cane guida non c'è più qui, in questa realtà che mi sforzo quotidianamente di vivere, più per altri ormai che per me stessa (non sto invecchiando, spiego più avanti perché a volte si lasciano un po' i remi dalla barca). Se n'è andato ed è come se si fosse portato via la chiave del mio cuore! Per fortuna il mio è grande e sano, una delle poche cose sane che mi rimangono, e tra queste i miei nuovi occhi, il mio nuovo cane guida, qui accoccolata vicino a me, quasi sentisse il mio disagio ad aprirmi di nuovo. Aprirmi a chi e a cosa però? Ci ho pensato molto dal 6 agosto scorso, quando Artù se n'è andato. Avevo imparato con lui a camminare di nuovo, al buio! Con lui ho fondato una onlus, senza amici e senza fondi! Un vuoto enorme, che non si riempirà mai. Ma è in questo vuoto che viaggio stavolta, e trovo solo demenzialità, fiction trash e greggi impazziti di condivisori. Penso quindi a ciò che ascolto dalle tv, o dai giornali, in questa pausa domenicale, così fredda che cercherò di scaldarmi con qualcosa di davvero efficace. Ma cosa vuol dire disabilità? E cosa vuol dire farcela? Se do retta ai social, alla stampa e alle tv direi che in fondo non è proprio così difficile, anzi se si vuole si può fare tanto. Ma dalla "buona scuola" alle "buone trasmissioni", fino alle "buone gare" e alle "buone persone", che c'è di così vero da spingermi ad aprirmi? Una realtà di cui ho già parlato tanto, a modo mio, ma se rileggete indietro nel tempo, quante cose ho scritto che oggi sono normali, e all'epoca erano per molti solo il frutto di una poveraccia diventata disabile nel pieno degli anni? Mi odieranno in molti, ci sono abituata, non sono permalosa, e me ne frego di chi parla di me, ascolto solo chi mette qualcosa nel mio frigo vuoto ormai, tutto il resto è gossip di gente annoiata e incapace di vivere la realtà. A me la realtà è arrivata addosso con una mercedes 190, e un'iniezione da fare al mio vecchio cane, il cui cuore era forte quanto il mio, per cui nemmeno 3 infarti gli hanno tolto il respiro. Quando ho perso mia madre mi sono sentita crollare, sprofondare. Con Artù ho sentito staccare una zavorra che mi teneva qui tra voi, mi sono sentita catapultare in alto, come quando sono stata investita. Fuori da questa dimensione, ma mi rendo conto che la mia è di gran lunga più realistica di quella che in molti hanno, senza aver provato questo. Mi riferisco al solito gregge.
Parliamone di disabilità, ma questa è una voce fuori dal coro, seppure roca e anziana, distrutta e inascoltata in primis da me che peggioro con l'udito,  ma è ancora una voce forte, ed ha il suo peso perché prima di una disabilità ho visto pure quello che voi potete solo imaginare. E vi risparmio la solita frase del replicante di Blade Runner, film al momento per soli vedenti italiani, ma con audiodescrizioni in tutte le altre lingue, questo succede in Italia alla fine del 2017! Ma è proprio questo ciò che voglio dire, perché
la disabilità in Italia è diventata un tema da convegno, un mezzo per fondi destinati a un progetto, un cavallo da cavalcare sotto campagne elettorali (eterne in questa nazione), uno scoop per giornalisti quando il disabile fa qualcosa di "strano" per l'immaginario collettivo italiano, così arretrato da denunciare i ciechi che usano iPhone che, è risaputo in tutta Europa, non solo parla con sintesi vocale, ma rappresenta un vero ausilio per chi ha disabilità visive o uditive. In tv o sulla stampa solo fenomeni da baraccone, o storie strappalacrime di chi "ce l'ha fatta". Bene, ma che vuol dire "ce l'ha fatta"?
"Farcela" dopo un incidente o una malattia che cambiano la propria vita, da persona normodotata a persona disabile, significa altro che vincere le paraolimpiadi, fare un film sulla propria vita o condurre una trasmissione tv. Personalmente anch'io, e tantissimi altri, ce l'avremmo fatta alla grande, ma con le assicurazioni e il team di Zanardi, con i genitori di Bebe o di Bocelli, con un passato da "MissItaglia", o se il mio cognome fosse stato Versace. Tutte persone simpatiche, se prese fuori dal tritacarne mediatico, che da di loro un'immagine inesistente, come quasi sempre è inesistente la realtà per questi personaggi. Poco ne sanno loro di Rupe Tarpea, a volte ne ignorano addirittura l'esistenza, e i loro genitori poco vivono il massacro quotidiano di altre famiglie italiane con figli disabili, spesso anche più di uno. Dalla Rupe Tarpea i romani non ci buttavano i disabili, ma i condannati a morte: non è morte civile ciò che accade a un'italiana dopo un incidente? Non è morte fisica d'accordo, ma civile si, quindi poco cambia per la rupe!
Ricordo Paolo Villaggio, un grande Maestro di realtà italiane esposte senza vergogna e con una satira unica, quando fu linciato perché criticò le paraolimpiadi: beh ma che aveva detto di tanto strano e sbagliato, quando affermò che quella manifestazione (miliardaria) ricordava la corte dei miracoli, e che di certo la disabilità è altro, idem lo sport. Inoltre si chiedeva, perché non gareggiare tutti insieme, magari riconoscendo delle diverse modalità di punteggi? Non l'avesse mai detto in questa giurassica caccola di Terra, che ha fondato e governato l'occidente e parte dell'oriente per secoli, chiamata Italia.
Non è ipocrita ed anche un po' perverso assistere a pochi esempi di "poracci", come realmente veniamo chiamati fuori da tv e stampa? Fenomeni che vincono e vengono incensati in tutti i modi, questo anche perché davvero pochi sono i connazionali che si possono permettere di arrivare lì, di pagare personal trainer e centri sportivi! Esempi positivi per gli altri? Non ci crede nessuno. Esempi di sfrutttamento dell'immagine e lucro su temi scottanti, spesso finanziati con fondi pubblici, nazionali ed europei? Ci crediamo quasi tutti noi disabili italiani. Lo sport dovrebbe essere per tutti.
Ero una grande sportiva, dopo un incidente del 2002 non c'è stata una palestra o una piscina a Roma che mi ha consentito l'accesso e l'allenamento: anni di mazzo per mantenersi fighe, buttati nei pregiudizi italioti, quindi per colpa di questi ignoranti, più che per un incidente, i miei 57 anni si vedono e sentono tutti, e questo dispiace se sei una donna che ci teneva. Parlo al passato proprio perché poi, dopo mille rifiuti, con una disabilità che ti nega lo specchio e con tanti fortunati mostri di bravura in tv, un po' si getta la spugna. Come ci rinunciano tanti genitori quando vedono che tutti i centri sportivi li indirizzano nel "centro sportivo per handicappati", e rifiutano il loro figlio, a meno che non gli stiano accanto ogni secondo, o paghino il doppio.
Inclusione, integrazione, autonomia, e tante altre parole, fino a quelle più criticate del "dopo di noi", sembrano ormai solo brand per politici o politicanti. Agli italiani arrivano solo belle notizie sulla disabilità, i portavoce sono quelli citati sopra, nomi famosi, e questo conta in mezzo ai provinciali. Perché l'italiano è provinciale, mi ci metto anch'io con questo mio blog, forse fuori tempo, ma del resto qual'è il tempo che si vive qui? Quello reale non si può vivere, dobbiamo seguire il tempo della politica e quello delle tv. Dovremmo però cercarci un secondo libero, per capire come siamo ridotti, ma in pochi ci riusciamo, perché spesso non lo troviamo più quel secondo per riflettere, impegnati come siamo ormai da social, contatti, connessioni e condivisioni varie. Tutti presi dal condividere, ma condividere la finzione è dittatura, e se non ci si ribella alla dittatura, si segue il gregge (dimensione tranquilla sì ma pericolosissima), e ci si sente a posto con la propria coscienza perché si è scritto di disabilità, o si è messo un disabile in tv, ecco questo è davvero da poracci.
Nel mondo reale, quello che alla fine quasi tutti siamo obbligati a vivere, è tutto diverso, forse per questo a un certo punto ci hanno pure chiamato "diversamente abili".
Anche se non vuoi o non puoi vedere, non manca l'aspetto tattile, per percepire a pelle che fine abbiamo fatto tutti, disabili e non, in questa nazione, che pullula di gente sprovveduta e ignorante, ma tanto contenta di sapere che qualche disabile "ce l'ha fatta".
Ricordate "e sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al Re"? Io allegra lo sono di mio, infatti mi pesa sempre di più la depressione altrui, sempre più dilagante grazie anche a questo sistema di oscuramento della realtà, e grazie al metodo "pastore guida", quello che muove immense masse di greggi inconsapevoli, che però "condividono" e si sentono meno soli, nella gabbia in cui li hanno chiusi a chiave. Quanta solitudine è stata creata con queste finzioni? Quanta rabbia e quanto livore si legge ogni minuto sui social, tanto da scappar via? Sto rimanendo sola, non fisicamente ma intellettualmente, e solo perché non sono depressa, perché sono disabile, perché mi annoia Facebook (voce di gregge e non altro). Comunque, se avessi un passato da missitaglia, sarei comunque più considerata come persona, in una nazione putrooppo ancora abbastanza sessista e, mai mi stacherò di dirlo, cafona.
Dopo un incidente di moto sono diventata una presidente, un'entità indecifrabile ma visibile, ma solo questo però e perché ci ho messo il sangue, il tempo, i soldi e il volontariato, ma dov'è Laura la donna, la compagna, la persona, l'amica?? Tutti spariti o risucchiati. Tutti impauriti!! Dico Laura per dare un nome simbolico a tutti gli altri, perché non sono l'unica a pensarla così alle porte del 2018, che segna già la fine del primo ventennio del terzo millennio! E qui ancora è fantascienza un sottotitolo e un'audiodescrizione su un film, o una donna che vince una gara anche senza gambe, e noi disabili siamo davvero stanchi di queste megagalattiche cazzate da normodotati, visto che per strada e nelle nostre case, la situazione cambia sul serio, ed è inutile dire che cambia in peggio.
Noi disabili paghiamo il canone Rai, forse non tutti lo sanno, ma certe trasmissioni, compresi i vari oroscopi da dementi e tutta questa fiction sulle disabilità, sono pagate con il più alto canone che c'è, estorto dalla bolletta della luce, anche se non si ha reddito, si è ciechi e non è offerta accessibilità. Bisogna essere disabili sì, ma con più di 75 anni per non pagarlo, il fatto è: ma chi ci arriva a quell'età, con una disabilità, in questa nazione così arretrata e volgare, popolata da greggi sempre più superficiali e incapaci di relazionarsi, fuori da un social o una chat, con chi è diverso, a meno che non sia "famoso"? Io pago se devo pagare, ma per cosa?
Quanto è diventato difficile il condividere nella realtà, quanto è invece facile condividere in virtuale: capite che siamo ridotti parecchio male come specie tra gli animali, quei pochi che sopravvivono a tutto ciò che siamo noi? Personalmente, come donna disabile italiana, mi sento in imbarazzo quando parlo con altre persone sparse nel mondo, disabili e non, e mi rendo conto del drammatico vuoto di informazione reale che c'è intorno a me, pur pagando. Questo per dire che non sempre il servizio pubblico fa il suo dovere, come invece si sente a mantra di recente ovunque per una capocciata, e che è facile da morire prendere le parti di qualcuno su un social, e dimenticarselo nella realtà.
E' difficile tutto se si è disabili, e il fatto che si riesca a sopravvivere, anche senza condurre trasmissioni in tv o partecipando con gettoni di presenza a vari eventi, è la vera conquista per tanti cittadini italiani. Ma non è più eroico quel ragazzo che, cacciato via con il suo cane guida da un ristorante, denuncia la cosa affinché per tutti gli altri la legge dello Stato venga applicata? O quella mamma, che ha dovuto lasciare una brillante carriera e che, ogni giorno affronta una guerra atomica solo per portare il figlio disabile a scuola o in palestra? Già il sopravvivere così è da eroi, ma nessuno li considera, anzi al ragazzo viene chiesto di smetterla e di non fare casino, alla mamma ci si avvicina solo per chiedere, con tanto buonismo, se il figlio può partecipare a una festa di compleanno per normo, per il resto è solo gossip e fuggi fuggi.
Ce la fanno le persone che ogni giorno fanno della propria disabilità un trapano per aprire varchi e spazi, in questa precaria capsula brillante, o bolla di sapone, in cui qualcuno vorrebbe chiudere tutti i disabili italiani, e rispettivi familiari. Ce la fa chi ogni giorno affronta il mondo reale al buio, senza taxi pagati con denaro pubblico, o chi lo affronta in carrozzina, in città dove è negato il trasporto pubblico perché privo di pedane o ascensori, o quei genitori che riescono a far vivere ai propri figli disabili, qualcosa di normale, tra il tutto che è negato, o perché inaccessibile, o perché semplicemente razzista. Siamo razzisti, inutile girarci intorno, e purtroppo lo siamo con noi stessi italiani, non con gli stranieri, sicuramente più abituati di noi al diverso. Solo da noi c'è chi dice "sei disabile? stattene a casa", ed anche se non si può dire pubblicamente, è così che spesso ci viene detto, se solo chiediamo di spostare un'auto dalle strisce, o se chiediamo di entrare al ristorante con un cane guida, o di salire su un autobus in carrozzina.
Io non ce l'ho fatta ancora mi sa, e non perché il mio cognome è semplicemente Raffaeli, o perché ho un'età: non si vuole proprio che ce la faccia! Ma io ci provo sempre, e siamo in tantissimi, attenzione, ad essere così determinati, quindi se qualcuno legge qui, metta da parte il circo, perché noi disabili non intendiamo prendere il posto degli animali, che finalmente anche l'Italia ha lasciato liberi da esibizioni e finzioni trash. Se qualcuno si presta a questo, per convenienza o narcisismo, non rappresenta di sicuro la persona disabile italiana, ma solo quegli animali che, per ultimi in Europa, abbiamo per legge tolto dai circuiti circensi. Ce la farò? Non credo, ma mi sto impegnando molto affinché le nuove generazioni, anche se disabili, possano avere un po' di realtà. E vi assicuro che scrivere e portare realtà in questa nazione di buonisti bigotti e volgari, è più difficile senz'altro che spacciare droga o materiale pedopornografico. Perché di nascosto, fuori dal mondo pecoresco e buonista del virtuale, nel mondo reale questo succede: tutti incazzati, strafatti se non di droghe illegali di sicuro di farmaci, e sempre più pedofili (leggere le statistiche del 2016 sugli italiani fa accapponare la pelle, soprattutto il numero dei maschi che non scopano più davvero ma solo davanti a uno schermo o al telefono, quasi sempre con minorenni).
Quindi ce la fa chi ha il pelo sullo stomaco, ed il grande coraggio, di vivere la realtà senza perdersi nelle illusioni dei media e dei social, che a volte illudono di un mondo perfetto, fatto di tanti amici e relazioni, trappole in cui per fortuna, e grazie alla mia esperienza precedente la disabilità, non cadrò mai, ma quanti ci sono cascati, prutroppo!
Se non dovessi farcela, se dovessi andarmene per sempre prima, è scritto qui che ci ho provato anch'io, sfrutto il virtuale per un Taj Mahal personale: criticabile e insopportabile, ma almeno sto fuori dal gregge e rimango ancora in bilico sì, ma non dal fondo, bensì sulla cima della Rupe Tarpea. Mi si spinge continuamente, ma resisto. Sono una topa di metallo per i cinesi, e sono nata quando questa nazione voleva vivere il futuro, con un solo canale in tv, e con tante carrozzine e disabili per strada, non chiusi in casa con uno smartphone. Quindi come tornare indietro, seppur spinta da queste masse belanti, polemiche e pietistiche, illuse di essere avanti solo perché vivono il passato dell'informatica, quali sono i social o una testata online? Aprirmi di nuovo a chi cerca solo errori non è facile, ma lo sto facendo, proprio perchè c'è un'esagerata esposizione di mostri disabili che va fermata.
Sto in cima alla Rupe Tarpea, mi ci ha messa un pirata della strada dal 2002, lui, le assicurazioni e i tribunali, ma se cadrò si sentirà, per ora vivo in questa altalena, tra presidenze e apparenze, e la mia vita difficile di donna italiana disabile non più giovane. Peggio di così in Italia non c'è, anzi si, sono fortunata perché non sono nera e non sono gay: e mi sento un po' sola anche per questo, non rientro in nessun gregge :). Sono solo una che non è morta.
Il mio templare cane guida se n'è andato, nessuno può dire dove, e io qui posso solo evitare di buttare 14 anni del suo straordinario e imparagonabile lavoro: chissà, forse ce l'ho fatta grazie a lui, e ancora non lo so. So per certo che riuscire a rimanere in bilico in cima alla Rupe Tarpea, che non è virtuale, ma c'è sul serio, anche se in forma di metafora, non è facile per niente, soprattutto se, parlando di disabilità, davanti ti passa continuamente uno striscione col nome della campionessa paraolimpica disabile, o senti solo la voce del cantante cieco famoso nel mondo, o il rombo di un motore guidato da un ex campione senza gambe che sta sempre in tv col sorriso a 1000 denti di chi vende panettoni a Natale. Si può cadere giù per un solo attimo di distrazione, e posso dire che lo striscione, la voce del cantante e il rombo del motore, a me che sto in cima, provengono tutti dal basso della rupe, un basso così profondo in cui ci si perde peggio che da ciechi, un vuoto dove non c'è tempo e non c'è spazio per nessuno, a meno che non si voglia lavorare nel circo, quel luogo dove la realtà c'è solo dentro le roulotte.
Tutto buono e tutto bello, oppure tutto brutto e cattivo: dalle tv, dai giornali e dai social questo esce, ci stanno studiando sopra, in particolar modo sugli italiani, che sembra siano i più assuefatti a psicofarmaci, antidepressivi, stimolanti erettili, e roba del genere tra tutti gli europei. In pochi però leggono un libro.
Non viene di pensare: che peccato!? Lo pensano anche quelli che mi danno di tanto in tanto la spintarella per precipitare giù dalla rupe: "che peccato, sta ancora qui". E ci starò per tanto tempo, il mio nuovo cane è molto longeva, ed è stata addestrata da Artù. Artù e Villaggio, due grandi Maestri che oggi mi mancano tanto, nonostante la piccolina, sbudinata qui vicino a me, sia unica e speciale per quanto brava e affettuosa. Che peccato, in molti dovrebbero dirlo anche quando si capisce bene e chiaramente, che l'unica creatura che davvero alla fine comprende e sa affrontare la disabilità di altri, in Italia è un cane! Non è vergognoso mentre si accendono i riflettori sulle fiction circensi, con tendoni in pelle disabile, pagati da disabili chiusi in una stanza? Secondo me si.
Nell'immagine un paracadute in saldi: consiglio dalla cima della rupe, approfittatene :)

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