RELIQUIE PSICHEDELICHE

Cercavo uno spremiagrumi, è stagione di aranciate, ma tra mille traslochi mi sono accorta di avere ancora qualche scatolone da aprire, così ho affrontato, aiutata per fortuna da amica vedente, il ripostiglio di casa. Lì dentro giacevano 3 scatoloni miei ed altri di mio figlio: una famiglia di nomadi veri. Perché non è nomade solo colui che gira e cambia casa, ma anche colui che la casa non ce l'ha, e il suo contenuto è sparso un po' ovunque, ammesso che ci sia ancora qualcosa da spargere dopo tante catastrofi di vita.
Tra bicchieri, fotografie, lampadine ed altro di simile al magazzino di un negozio di elettronica, è saltata fuori una shopper impolverata: al suo interno una piccola agenda taccuino, il libretto di una moto, e un paio di guanti, gli stessi che avevo quando mi hanno ammazzata nel 2002.
Le mani si sono fermate, e sono entrate in quei guanti di pelle traforata, guanti da donna per moto. Sono gialli traforati sopra e neri all'interno, erano bellissimi e mi erano utilissimi. Il guanto destro era più morbido, dall'uso della manopola di accelerazione, il sinistro era leggermente piegato e meno morbido, la stessa posizione della mia mano sulla manopla sinistra della moto, quella che la teneva stretta sulle buche o quando la velocità era alta. Le mie mani di nuovo pronte a guidare, stesse mani, stessi guanti, senza moto però, e senza niente davanti agli occhi. Ci sono rimasta un po' così, ferma con le mani sospese dentro quei famosi guanti: ho rivisto la strada, i lampioni, i segnali stradali, le macchine da sorpassare (tutte le sorpassavo!). La finestra aperta su Roma e i suoi rumori di ambulanze, metro e clacson, mi hanno messa su una sella, ho guidato per qualche secondo, così con le mani sospese nel vuoto. Poi ho respirato finalmente, ma il fiato se ne è andato di nuovo quando ho toccato la mia agendina di lavoro, dove a volte scrivevo da cieca senza ancora esserlo, perché costretta a farlo mentre guidavo una moto o un'auto.
Ho preso il tutto, libretto della moto compreso, e ho infilato le relique dentro al mio vecchio casco integrale, che tengo per ricordo di ciò che è stato un attimo.
Credo che non ci siano funghetti né acidi che tengano, di fronte alla cecità, quando questa arriva così all'improvviso, mentre stai guardando, osservando e vedendo il mondo intorno a te, dalla visiera trasparente di un casco integrale. Non c'è niente di così surreale, non c'è niente di così metafisico, nemmeno ad immaginarlo: da vedenti si vive una vita, da ciechi un'altra. Ma non è finita: se prima eri in un mondo, quando senti il casco integrale scoppiarti sulle tempie e sulla nuca, forse una catapulta gigantesca, ma qualcosa di sconosciuto ti getta in un nano secondo in un altro mondo, che nessuno conosce, a volte nemmeno chi lo vive, e ci devi rimanere, per sempre pare.
Attimi, i miei super colorati: in un attimo si stacca il tubo da Matrix, a differenza di Neo però, a me non hanno dato una scelta con pillole colorate. Solo colori a cui sono stata costretta: arancione fluo, sparato su una corteccia visiva appena spappolata, ed era quello del personale dell'ambulanza ho ricollegato in seguito. L'argento accecante, saette d'argento, spade argentate che hanno frantumato i miei occhi e il mio cervello, l'unico colore tenue era il giallo sole. Stateci voi a guardare il sole per ore. Che dire poi del rosso? Fatevelo dire da chi si è fatto un acido.
Attimi, in cui se sei diventata cieca e trovi un paio di guanti, puoi rivivere a moviola ciò che ti pare, a volte con un dolore immenso, altre con allegria. Stamattina non ero allegra per niente dopo aver "guidato".
Per fortuna poi ho aperto la scatola delle foto, una piccola parte di altre tonnellate sparse, e tra le descrizioni arrancate dell'amica vedente, ho ritrovato e rivissuto anche momenti straordinari, come madre e come donna, ma anche come figlia, sorella, amica e compagna di un casino di gente. Mi sono detta quindi che quella che ero prima non sta solo in quel casco integrale, pieno ora di guanti da moto, libretti di circolazione e agendine, così tanto per riempire a forza un bicchiere vuoto.
Cosa c'è oggi al posto di un casco farcito di relique? Un cappuccio perché non posso portare l'ombrello col cane guida, i guanti sono di pile, il libretto è quello del cane guida e l'agendina è logorroica. Io forse sono sempre la stessa, ma lo so solo io, chi vede non può entrare dove possiamo noi ciechi, nemmeno se si fanno un acido i vedenti riusciranno mai ad entrare dove si arriva con la cecità. Loro vedono una donna che invecchia, un cane che potrebbe perdere pelo o portare malattie, e qualcosa da "portare" o da mettere seduta. Poracci...
Se dovessi definire la cecità oggi, direi che, per il surreale e il metafisico che si vive, è meglio di una macchina del tempo: a volte basta toccare qualcosa per ritrovarsi scaraventati in un'altra epoca, che sia passata o futura non importa, è questo il bello di una time machine. 
Nell'immagine: una mia foto fatta da cieca parecchio tempo fa, infatti è il mio casco integrale argentato, dalla cui visiera esce un manichino per artisti (di quelli di legno snodabili). Esce con le braccia aperte, quasi volasse in alto. Miei vecchi esperimenti, ora reliquie, o bussole, dipende dai punti vista :)

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